Il set fotografico si componeva prima di tutto d’un largo telo bianco e piatto sorretto da un’impalcatura di metallo. Delle soft box, almeno così me le aveva nominate la fotografa, delle specie di quadrati profondi e contenenti una grossa lampadina (spiai appuntando 24 watt) proiettavano la luce verso l’inquadratura. Due flash molto grandi erano posizionati ai lati della “scena” e con i loro tre piedi, fermi immobili verso le modelle che venivano fotografate, mi ricordavano soldati che prendevano la mira. E per intenderci; la fotografa aveva un atteggiamento da soldato. Nulla che andasse a ledere alla sua femminilità, ma il suo sguardo serio e concentrato sembrava cadere in un abisso nel quale non poteva essere disturbata nemmeno dal più fastidioso rumore. Iniziò a fotografare le modelle. Una dopo l’altra passavano da sguardi arrabbiati e dolci con una rapidità che non lasciava spazio all’intuizione: quel sentimento era vero o falso?
Una Hair-stylist, Cristina stava completando l’acconciatura della seconda modella dai capelli corti e biondi, quasi bianchi. Le stavano facendo una specie di caschetto. Aveva gli occhi grandi e marroni e mi guardava mentre mi avvicinavo a lei, come un passante guarda un personaggio losco.-Posso disturbarti ?- chiesi alla modella, mentre la parrucchiera la stava acconciando e il direttore osservava, distratto dal set fotografico. Ero pronto ad annotare ogni avvenimento e la modella, continuando ad osservarmi, sempre con la sua aria di vittima se non per commentare, ora una cosa, ora un’altra, del suo futuro taglio.
-Cristina, cosa facciamo a questa ragazza?- chiesi fissando la modella cercando di farla ridere. – Il Round Layers- rispose l’hairstylist concentrata. Notò il mio scrivere e ribattè decisa -non conosci questo taglio? Credo ormai che tutti lo conoscano-
Lasciò una buona lunghezza sulle basette e fece una cosa che mi colpì molto. Alzava i capelli della parte posteriore della testa e della basetta e da quell’altezza prima di farli poi cadere lavorava.
-Potresti dirmi perché l’avete scelto?- chiesi.
-Vedi le sopracciglia che sono distanziate? La carnagione? Le abbiamo fatto un colore biondo nuvola. Con lei possiamo permetterci un taglio veramente aggressivo.-
Quello che a me sembrava un caschetto con basette, non sembrò più lo stesso.

biondo nuvola
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La stanza dove erano posti i tre lavatesta in ceramica bianchi era appartata dal resto del salone.
Decisi di iniziare a porre qualche domanda proprio da quel posto più solitario, dove i capelli venivano lavati e il clima era molto più rilassato. Con grande meraviglia la modella, che mi vide avvicinarmi a lei e sedermi incrociando le gambe sulla poltrona del lavatesta libero, girò il capo d’un tratto e mi guardò curiosa.
Maddalena, la terza Hairstylist del salone, le stava lavando i capelli. Massaggiava un prodotto schiumoso, credo uno shampoo, estendendo le dita fino a coprire tutta la testa. L’intensità di quel massaggio cambiava da energico a modesto, e il viso della ragazza che mi guardava non poteva che sembrare soddisfatto perdendo quel tono di curiosità.
Le dita dell'hair-stylist affondavano nei capelli ricci e marroni, forse più castano scuro, della ragazza seduta con gli occhi al soffitto. A guardarla in quella posizione sembrava ancora più giovane, di una ventina d’anni. La schiuma bianca dello shampoo lasciava spazio solo all’ombra del colore dei capelli, in quelle sporgenze acute che si prolungavano nei ricci costantemente raccolti. Una volta abituata alla mia presenza mosse dei bellissimi occhi color nocciola dall’alto verso di me.

-Tu sei il giornalista! Esclamò con un sorriso abbastanza complesso da contenere un ombra di preoccupazione.

-No, sono qui per prendere qualche appunto, ma non preoccuparti, guarderò solo cosa succederà ai tuoi capelli.- Dopo questa risposta si tranquillizzò.

-Non avevo mai fatto uno shooting con uno scrittore che racconta quello che succede, ripetè la ragazza castana a sé stessa, mentre lo shampoo cadeva a spirali nel lavandino spinto da Maddalena con uno sguardo soddisfatto. E in un momento, da quando l’hair-stylist le disse di seguirla non ebbi più modo di parlarle.

Tra schiuma, silenzi e mani esperte, il racconto di come nasce un’acconciatura in salone

La piazzarono senza se e senza ma su una poltrona. Mi inginocchiai accanto a lei a un metro di distanza cercando di notare tutti i passaggi per comporre l’acconciatura. Vedere quei capelli (scusate il termine: Vergini; senza ancora aver subito l’estro creativo) era per me una scommessa di immaginazione.

Le fecero chinare la testa e come il fogliame autunnale, partendo dal collo, si creò una chioma rotonda verso il basso, e con un phon e un diffusore (quell’arnese con le punte che si attacca all’asciugacapelli come un silenziatore di una pistola) gettava aria fredda, nei capelli. Interpellai Moris, mi spiegò che il capello ha bisogno di un asciugatura progressiva. Soprattutto quello riccio. E mano a mano che il calore che le faceva gonfiare i capelli aumentava, e mentre il direttore mi dedicava risposte secche, come se sopportasse a malapena il mio disturbo, scambiava sguardi accondiscendenti verso le sue collaboratrici.

-Come fare a scegliere il taglio perfetto per capelli ricci o crespi?- Mi chiese, pretendendo una risposta che sapeva non potevo offrire. Continuai a fissarlo. -Se valorizzi la naturalezza del capello. Non si può sbagliare. Bisogna però considerare il viso della ragazza. Per questo faremo una frangia.E in quel momento capii che nulla, in quel salone, era lasciato al caso.