INCIPIT

Il giorno si preparava; la luna che era stata piena non era ancora scomparsa ma già l’orizzonte si arrossava di quelle timide tinte dell’alba. Ero stato invitato in qualità di curioso scrittore allo shooting fotografico che si sarebbe realizzato nell’ Hair and Beauty Salon. Il tempo era calmo e il sole saliva piano sopra un cielo puro e copriva con i suoi raggi il fianco orientale della città di Verona. Singolare la scelta di un Hair-stylist di invitare uno scrittore. Noi ci limitiamo a osservare, raccontiamo quello che sentiamo. Non mentiamo quasi mai. Questo pensavo, mentre mi dirigevo verso lo storico ponte di pietra della città. A due passi avrei trovato MF Hairdressing.

Percorsi la salita di Ponte Pietra, calpestando i mattoni rossi in laterizio e le pietre calcaree che formano il mosaico della strada. Queste pietre abbondavano nell’epoca Veneziana e Scaligera mentre le arcate del ponte, come le facciate dei palazzi  sulle sponde del fiume Adige, erano di calcare bianco. Non avevo mai partecipato a un dietro le quinte di uno shooting. Il direttore del salone Moris mi aspettava con puntualità e non appena mi avvicinai alla grande porta di vetro pesante del ferro della sua intelaiatura, il parrucchiere apparve all’improvviso. -Nicolò abbiamo già iniziato!- disse Moris invitandomi con il sorriso ad entrare, strisciando senza rumore la massiccia porta. Mi tolse la giacca e la appese tra molte altre in un guardaroba a vista e mi indicò due piccole poltrone colorate separate da un tavolino in vetro di forma irregolare. Era un uomo non troppo alto, vestito di una camicia sportiva a strisce bianche e nere. Aveva negli occhi profondi quei lineamenti che a un osservatore allenato potevano ricordare l’oriente. Le linee del suo volto continuavano su dei capelli rasati a qualche centimetro, scuri quasi neri, che alleggerivano l’uniformità della sua carnagione ambrata. Mi accomodai meglio potessi e una volta aver riposto il mio cappotto prese posto accanto a me. I miei occhi scrutavano a mezz’altezza l’ambiente, molto tranquillo e ordinato, se pure una dozzina di persone affollavano la stanza. Persone che a malapena si accorsero di me profondamente concentrate. Nessuno dimostrava più di trent’anni a vederli tutti insieme.
-Ti sei portato da scrivere- chiese cordialmente il titolare muovendo le mani e introducendomi al salone mentre le seguivo con lo sguardo. Tirai fuori carta e penna che mi ero preparato. -Non farai il giornalista spero?- continuò il direttore.

-Prenderò appunti di quello che vedrò. Magari disturberò ogni tanto con qualche domanda.-

I suoi occhi mi sorrisero mentre le sue labbra si incurvavano leggermente verso il basso, come se ci si fosse aggrappato un pensiero teso.

-Cerca di chiedere il più possibile a me e meno alle ragazze. Diciamo che questa è la loro giornata e devono essere il più concentrate possibile.- Ribatté Moris tornando sereno. Si alzò in piedi, si avvicinò ad un mobile nero con sopra una macchina del caffè elettrica, e con discreta cura sollevò un tovagliolo bianco da un vassoio di carta. Si rivelò un piccolo buffet di pasticceria, con diverse parti mancanti. Pose il fazzoletto impolverato dallo zucchero a velo dietro la macchina del caffè e senza chiedere mi fu servita una colazione eccellente. Se pure avessi già mangiato non avrei potuto in alcun modo rifiutarla. Quel servirmi fu un primo addio, lasciandomi solo con gli occhi tra le mani, ad appuntare quello che tutto attorno a me stava accadendo.

Quella stanza, fino al suo estremo limite, mostrava sui muri spazi con mattoni a vista che rompevano la tinta bianco brillante delle pareti  assecondano lo sguardo a spostarsi verso l’alto, dove delle travi di legno lucido e marrone sorreggevano il soffitto di metro in metro. Al centro della stanza quattro specchi posti in parallelo a due a due erano posizionati su dei banchi neri e di fronte a questi delle poltrone girevoli: di quelle regolabili in altezza con un pedale in acciaio lucido. La luce entrava in bagliori irregolari dalla grande vetrata e si spingeva fino ad un gradino che portava in un’altra stanza dove erano presenti tre lavatesta di ceramica bianchi. Le persone erano ovunque. Due modelle giovani, entrambe con capelli corti e così biondi da sembrare bianchi, con volti asciutti e geometrici, erano studiate dalle due Hair-stylist del salone. Di fronte alle parrucchiere, sul lato opposto delle modelle bionde, una ragazza dai capelli lunghi con dei ricci che sembravano esplodere aspettava il suo turno. Le parrucchiere si spostarono dietro di lei per un attimo. Li capii una cosa strana. Sembravano due dottoresse in consulto per una diagnosi. Parlavano tra loro con termini specifici, gli unici che riuscii a capire furono: capelli castano luminoso, balayage castano freddo. Una delle due parrucchiere si chiamava Elena. Una ragazza giovane minuta ed elegante. Il viso era serio, quasi arrabbiato, con i capelli abbastanza lunghi da superare la linea delle spalle. Se ne stava quasi sempre piegata sulle gambe e non capivo il perché. Aveva però qualcosa negli occhi, come se fosse determinata a non ricevere i consigli della collega.

-Bisogna che facciamo in due quel lavoro per attorcigliare tutti questi capelli ricci- disse la parrucchiera a Elena che non rispose per un attimo, per poi annuire.

Effettivamente la modella aveva dei capelli ricci così voluminosi e lunghi da convincere anche me.

-Per dare volume a tutti questi capelli ci servirà più di un’ora.- Continuò Elena verso la collega andando ad alzare i capelli e facendoli scivolare verso le spalle in una caduta lenta.

Dei rumori metallici provenivano dalla parte finale della stanza. Moris, con una ragazza (mi accorsi subito essere una fotografa per via delle attrezzature) stavano montando una struttura ad aste metalliche molto complessa e professionale. Tra quel piccolo ponteggio si stavano preparando a srotolare un telo bianco come sfondo fotografico. Il palazzo che conteneva il salone era storico. Il muro di destra presentava una parte arrotondata per poi tornare in linea retta formando una specie di gibbosità, che dava una forma precisa a quella parte della stanza. Proprio in quel punto di fronte ai lavori di fotografia, una poltrona con un appoggio frontale. Su questo una grande borsa aperta formava una L. Nella parte superiore, ma anche in quella inferiore, era ricolma di prodotti per il trucco. Rossetti, ciprie, matite per occhi, creme, terre naturali. Piccoli e grandi tubetti e vasetti e creme e piccoli contenitori ovali. Ad aspettare di agire, una truccatrice. Alta, castana, concentrata nell’ordine a me incomprensibile dei suoi prodotti. Mi avvicinai a lei ma non le parlai ancora. Osservai lo srotolarsi del telo bianco fotografico che scivolò con rumore secco sulle sbarre di ferro.

ABOUT US

Questa rivista nasce all’interno del salone MF Hairdressing, nel cuore di Verona: uno spazio dedicato alla cura dei capelli dove tecnica, ricerca e creatività fanno parte del lavoro quotidiano.

Ogni giorno, dietro una poltrona, succede molto più di quanto si immagini: incontri, cambiamenti, dubbi, soluzioni e piccoli momenti che raccontano davvero il lavoro di un parrucchiere. Da questa idea nasce la nostra rivista: uno spazio per condividere ciò che accade nel salone.

Qui troverai storie reali di vita professionale, episodi e situazioni vissute con i clienti, ma anche approfondimenti tecnici che spiegano cosa c’è dietro ogni taglio, colore o trasformazione. Perché ogni risultato è sempre il frutto di studio, esperienza e ricerca.

Il salone MF Hairdressing nasce da un percorso di formazione internazionale e da una continua attenzione alle tecniche contemporanee di taglio e colore, con l’obiettivo di offrire un servizio altamente personalizzato.

Crediamo che ogni persona sia unica: per questo ogni lavoro parte sempre da una consulenza e da un’analisi attenta, per creare un risultato che valorizzi davvero chi lo indossa.

Questa rivista è il nostro modo di aprire le porte del salone, raccontando non solo i risultati finali, ma anche il percorso che porta a crearli.

Perché dietro ogni tecnica c’è sempre una storia.

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La stanza dove erano posti i tre lavatesta in ceramica bianchi era appartata dal resto del salone.
Decisi di iniziare a porre qualche domanda proprio da quel posto più solitario, dove i capelli venivano lavati e il clima era molto più rilassato. Con grande meraviglia la modella, che mi vide avvicinarmi a lei e sedermi incrociando le gambe sulla poltrona del lavatesta libero, girò il capo d’un tratto e mi guardò curiosa.
Maddalena, la terza Hairstylist del salone, le stava lavando i capelli. Massaggiava un prodotto schiumoso, credo uno shampoo, estendendo le dita fino a coprire tutta la testa. L’intensità di quel massaggio cambiava da energico a modesto, e il viso della ragazza che mi guardava non poteva che sembrare soddisfatto perdendo quel tono di curiosità.
Le dita dell'hair-stylist affondavano nei capelli ricci e marroni, forse più castano scuro, della ragazza seduta con gli occhi al soffitto. A guardarla in quella posizione sembrava ancora più giovane, di una ventina d’anni. La schiuma bianca dello shampoo lasciava spazio solo all’ombra del colore dei capelli, in quelle sporgenze acute che si prolungavano nei ricci costantemente raccolti. Una volta abituata alla mia presenza mosse dei bellissimi occhi color nocciola dall’alto verso di me.

-Tu sei il giornalista! Esclamò con un sorriso abbastanza complesso da contenere un ombra di preoccupazione.

-No, sono qui per prendere qualche appunto, ma non preoccuparti, guarderò solo cosa succederà ai tuoi capelli.- Dopo questa risposta si tranquillizzò.

-Non avevo mai fatto uno shooting con uno scrittore che racconta quello che succede, ripetè la ragazza castana a sé stessa, mentre lo shampoo cadeva a spirali nel lavandino spinto da Maddalena con uno sguardo soddisfatto. E in un momento, da quando l’hair-stylist le disse di seguirla non ebbi più modo di parlarle.

Tra schiuma, silenzi e mani esperte, il racconto di come nasce un’acconciatura in salone

La piazzarono senza se e senza ma su una poltrona. Mi inginocchiai accanto a lei a un metro di distanza cercando di notare tutti i passaggi per comporre l’acconciatura. Vedere quei capelli (scusate il termine: Vergini; senza ancora aver subito l’estro creativo) era per me una scommessa di immaginazione.

Le fecero chinare la testa e come il fogliame autunnale, partendo dal collo, si creò una chioma rotonda verso il basso, e con un phon e un diffusore (quell’arnese con le punte che si attacca all’asciugacapelli come un silenziatore di una pistola) gettava aria fredda, nei capelli. Interpellai Moris, mi spiegò che il capello ha bisogno di un asciugatura progressiva. Soprattutto quello riccio. E mano a mano che il calore che le faceva gonfiare i capelli aumentava, e mentre il direttore mi dedicava risposte secche, come se sopportasse a malapena il mio disturbo, scambiava sguardi accondiscendenti verso le sue collaboratrici.

-Come fare a scegliere il taglio perfetto per capelli ricci o crespi?- Mi chiese, pretendendo una risposta che sapeva non potevo offrire. Continuai a fissarlo. -Se valorizzi la naturalezza del capello. Non si può sbagliare. Bisogna però considerare il viso della ragazza. Per questo faremo una frangia.E in quel momento capii che nulla, in quel salone, era lasciato al caso.